(Dal SOLE 24 ORE DEL 6 FEBBRAIO)

Dimmi che contratto hai e ti dirò che mutuo avrai. Anzi, ti dirò se avrai il mutuo. I dati parlano chiaro: negli ultimi anni le banche sono state sempre più selettive nell’erogare prestiti ipotecari. In questa selezione a farne le spese sono stati i più deboli, quelli che al momento della richiesta del prestito (istruttoria per la banca) non possono esibire un contratto a tempo indeterminato.

Dal 2013 al 2017 ci sono stati forti scossoni nel target di mutuatari. Nella categoria under 30 – quella obiettivamente più esposta a lavori precari – la percentuale delle erogazioni per chi non ha un contratto a tempo indeterminato è crollata dal 30% al 10 per cento. Leggendo il dato dall’altro lato della medaglia, l’avere un contratto stabile ha determinato in quasi nove volte su 10 le erogazioni.

MUTUI, PER I PRECARI È SEMPRE PIÙ DURA
L’andamento delle erogazioni verso gli under 30 per tipologia contrattuale. Dati in percentuale (Fonte: Facile.it e Mutui.it)
Dipendente a tempo determinatoDipendente a tempo indeterminato
20132014201520162017020406080100

«In linea generale nel 2013 i lavoratori con contratti a tempo indeterminato erano l‘81% del totale intestatari di mutuo erogato – spiegano gli esperti di Facile.it e Mutui.it -. Sono diventati l’86% nel 2017. Quanto al target dei soli Under 30, in questo sottocampione la percentuale di intestatari con un contratto a tempo indeterminato era del 70% nel 2013, dell’87,29% nel 2017. Curioso vedere come la percentuale sia variata notevolmente a ridosso e subito dopo il Jobs Act, era il 78,57% nel 2014, diventa l’82,76% nel 2015, esplode ed arriva al 91,45% nel 2016 e cala nuovamente (87,29% appunto) nel 2017».

Come si può leggere questa tendenza da parte delle banche a privilegiare sempre più i contratti a tempo indeterminato pur in una fase di ripresa del mercato dei mutui (dai minimi del 2014 le compravendite di immobili in Italia sono quasi raddoppiate)?

Le risposte possibili sono tre:

1) in prima battuta va detto che gli istituti di credito, scottati dalla crisi, hanno cambiato rotta introducendo anche in Italia la politica del princing differenziato (applicando spread più alti per chi domanda mutui più corposi rispetto al valore dell’immobile). Spread più alti fanno aumentare il costo delle rate e quindi in molti casi portano all’automatica esclusione di chi ha redditi precari/più bassi.

2) E di conseguenza arriviamo alla seconda spiegazione: se prima le banche erano di manica più larga in funzione del rapporto rata/reddito erogando mutui anche quando questo rapporto era al 40%, oggi invece difficilmente superano il 30/33%. Il reddito netto mensile deve essere almeno tre volte quello della rata. In molti casi i contratti precari under 30 non consentono di soddisfare questo requisito.

3) Il terzo aspetto riguarda gli istituti – tanti – che escludono a prescindere forme contrattuali poco stabili dal monte erogazioni. In questo caso chiedono – posto che venga soddisfatto il rapporto rata/reddito – la fideiussione di un genitore o parente. Ma non tutti gli aspiranti mutuatari possono permettersela.